Alvin, il bambino dell’Isis, è tornato in Italia: “Non mi facevano andare a scuola e mamma si vestiva da Ninja”

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“Te l’ho detto che tornavi a casa. Sei diventato grande, sei un ometto”. Il bambino è un po’ confuso, ma sorride. Il padre Afrim Berisha si scioglie in lacrime, accanto a lui le sorelline maggiori. Ore 6.40, Fiumicino, aeroporto: la missione è davvero compiuta. Alvin, undici anni, il bambino che sua madre voleva trasformare in un piccolo combattente per la jihad, è atterrato su suolo italiano, è a casa.

Tra non molto rientrerà verso Barzago, il comune di Lecco dove è nato e dove viveva con il padre, le sorelle e quella madre, Valbona – poi diventata foreign fighter – che lo aveva sequestrato, trascinato su un aereo e catapultato nell’inferno delle azioni di guerra Isis. Alvin aveva dovuto dire addio alla scuola, cambiare nome, ora era Yusuf, dimenticare l’italiano, parlare solo l’arabo.

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