Piero Terracina e…gli occhi della speranza –

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Il ricordo del FARO in un’intervista

DINO NEANDRI

Piero Terracina accoglie “Il Faro” nella sua casa al Portuense, con modi gentili e affabili. E’ un tiepido pomeriggio di inizio maggio e la veduta di Roma che ci viene offerta, così suggestiva, esalta le varie tonalità del verde. Siamo emozionati, benchè ancora non consapevoli delle sensazioni che in noi susciteranno i tanti fotogrammi di disumana sofferenza che lui, così sapientemente, ci rappresenterà. Contorni nitidi, netti, accompagnati da pause di rinnovato dolore, che riportano ad odori forti di ciminiere, libere di disperdere nell’aria disumane atrocità e sofferenze senza fine. E senza un perché. Oltre l’illogica follia. E alla fine del suo racconto, quando soddisfatto ed esausto ci saluterà, ci verrà naturale abbracciare quest’uomo. Storditi, riconoscenti e arricchiti da questo bagno di umanità, di coraggio e disperata voglia di vivere, di chi è sopravvissuto all’inferno. All’inferno vero. All’inferno di Auschwitz, come lui più volte ci ripeterà nel corso dell’incontro. Ci sediamo. Quando gli diciamo “come” siamo giunti a lui, egli ci risponde, emozionandoci, che: “se un solo ragazzo dei tanti che incontro riuscirà  a capire e trasmettere il mio messaggio di tolleranza e rispetto verso il prossimo, riterrò soddisfatta la mia missione”. Poi inizia il film. Il film della sua incredibile vita. Piero Terracina nasce a Roma 84 anni fa e la sua vita di bambino spensierato e felice subisce un primo brusco risveglio nel 1938 allorchè, a causa della promulgazione delle leggi razziali in Italia, viene vietata agli studenti ebrei la possibilità di poter frequentare scuole pubbliche. Nonostante la vita cominci a farsi problematica a causa di assurde restrizioni e limitazioni, il nostro narratore, sfoggiando una memoria prodigiosa, ci racconta, tra i tanti avvenimenti, come la sua famiglia venga sfiorata più volte dalla tragedia e dalla rappresaglia. Poi un giorno. Un brutto giorno di Pasqua del ’44, lo stesso bambino ne conosce altri amari risvolti. La sua famiglia, composta da otto persone, viene tradita dai fascisti e barattata per quarantamila sporche lire. “Erano tanti soldi allora…”. Ma sempre sporchi, tanto sporchi di…sangue. E qui comincia l’inferno. Il ritmo si fa più incalzante. Inizia il lungo viaggio verso l’incubo, verso l’annullamento dell’io. E allora la voce trema, gli occhi si fanno lucidi. E’ quasi  preda di uno stato di trance quando ci dice: “Immaginate sessanta e più persone ammassate in piedi e stipate fino all’inverosimile all’interno di un vagone ferroviario. Cibo scarso e niente acqua. Giorni e giorni senza acqua. E senza dignità. Provammo sulla nostra pelle quanto è più tremenda la sete della fame. E poi il caldo e i fetori derivanti dall’urina e quant’altro, che ci…accompagnavano nel nostro viaggio. Era l’anticipo di quell’inferno che trovammo appena arrivati, già stremati nel fisico e nell’anima. All’inizio non capivamo quel fumo e quell’odore forte nell’aria. Poi…Eravamo nel campo di sterminio di Auschwitz”. I ricordi ora sono ancor più precisi e lancinanti. Raccontati tante e tante volte, ma l’emozione e il dolore che traspaiono dal suo volto, crediamo siano sempre gli stessi. E sono passati quasi settanta anni. “Ad Auschwitz ho vissuto tre vite. Nel migliore dei casi, se ti andava bene, sopravvivevi al massimo tre mesi. Io ne ho vissuti nove. Tra fame e sofferenze indicibili. Subito separato dai miei affetti. Che non rividi più. Perché io sono vivo? Casualità e fortuna. Non posso aggrapparmi ad altro. Farei un torto a chi non c’è più. Un giorno vidi una cosa orribile. Erano talmente tante le persone da sterminare che la macchina di distruzione di massa era andata in…difficoltà. Allora venne fatta scavare una enorme fossa, poi riempita da cataste e cataste di legna e poi incendiata, insieme a migliaia e migliaia di persone”. C’è un attimo di cupo silenzio. Un attimo. Gli episodi sarebbero tanti, da scrivere un libro. Assieme a tutte le altre vicissitudini affrontate per tornare in Italia, dopo essere stati liberati dai russi, increduli davanti a tanto orrore. Poi, senza più famiglia, ma con tante persone disposte ad aiutarlo, riparte dalla gavetta, animato da una volontà di ferro e da un grande spirito di rivalsa. Cosa più, ormai, può spaventarlo? In pochi anni scala le vette di una vita. E ci racconta delle sue esperienze lavorative che lo hanno portato, nel tempo, a ricoprire importanti cariche dirigenziali. Entusiasta, ci racconta del variegato universo dei “bottoni”, un mondo per lui affascinante e fonte di ispirazione per un manoscritto. Staremmo per ore ad ascoltarlo. Capiamo però che è venuto il momento di salutarci. E’ un arrivederci, gli diciamo. Torneremo. Per riportargli una copia del nostro “Faro”. Da oggi, grazie a lui, più ricco di umanità e voglia di vivere. Di messaggi positivi e di speranza. Di un uomo che, a 84 anni, cerca ancora negli occhi dei ragazzi quella luce che possa illuminare la strada della loro esistenza. Anche per questo, grazie Piero.

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