Smart Working

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GIUSEPPE ROTUNDO

La pandemia da Covid-19 ha inciso profondamente sul mondo del lavoro non solo decimando in alcuni settori il numero degli occupati ma anche rivoluzionando i processi e le relazioni di chi ha continuato a lavorare. Una di queste rivoluzioni è stata sicuramente lo smart working. L’inglesismo tradotto ci restituisce l’immagine di un lavoro più intelligente lasciandoci col dubbio che quello di prima non lo fosse. Era intelligente stare 2 ore in macchina per raggiungere la propria scrivania? Forse no. Avere i colleghi nella stanza accanto o guardarsi in faccia durante le riunioni? Forse si. Insomma il dibattito tra sostenitori e oppositori di questo cambiamento che si prefigura epocale è ancora in corso e forse non terminerà con vincitori e vinti. Le aziende hanno dovuto affrontare una pratica per molte mai sperimentata prima. Alcuni dipendenti lo sognavano da tempo, soprattutto per riuscire a conciliare lavoro e vita privata, col rischio però di rendere il confine fra i due sempre più labile, mentre per i frequentatori della macchinetta del caffè è stata una vera e propria iattura non poter più spettegolare del capo ufficio con il collega di turno. In realtà da incidente ad opportunità il passo spesso è breve e le aziende potrebbero decidere di adottare questo modello in modo definitivo. Purché venga ben regolamentato e si lavori su un cambiamento culturale. Una cultura che fino ad ora ha confuso il fare tardi in ufficio con la produttività e che invece dovrà orientarsi presto e bene più verso una logica dei risultati. La mania di controllo dovrà lasciare il posto alla fiducia dei propri dipendenti. Ed a parlare alla fine saranno i numeri. La sfida è insomma solo agli inizi e se le aziende sapranno rivedere i propri processi organizzativi e le proprie dotazioni tecnologiche potrebbero finire col beneficiarne tutti: i dipendenti, l’ambiente e la produttività aziendale.

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