Una Riforma Fiscale all’insegna di Ezio Vanoni

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LA RUBRICA DEL COMMERCIALISTA – DE FILIPPIS

In questo numero speciale del nostro Giornale si è deciso di dedicare questo spazio non ai consueti quesiti dei Lettori bensì ad una riflessione sui problemi del nostro ordinamento tributario, volgendo lo sguardo ad un uomo che in passato molto ha dedicato alla materia, e che, oggi, è relegato nell’oblio, presente ormai nella memoria dei pochi specialisti del settore: Ezio Vanoni.

Un uomo poco noto ma molto importante per il “contribuente italiano” (NDR).

Nel nostro Paese la parola “riforma” è il grimaldello usato per ottenere indulgenze politiche e consensi elettorali.

Ed anche in questo periodo di esplosione normativa causata dai purtroppo noti problemi pandemici, con una ridda di decreti legge e dpcm che confondono il povero cittadino medio, non ci sono state risparmiate solenni promesse di una “riforma fiscale” sbandierata come la panacea di tutti i “mali italici”: evasione fiscale ed iniqua ripartizione dei carichi tributari.

In questi momenti di evidente (ed invero giustificata) confusione della classe politica in generale e dei nostri governanti in particolare che mi piace ricordare la figura di un grande uomo di Stato, un eccelso giurista ed economista, instancabile, che ha dedicato la sua vita alla soluzione dei problemi di crescita del nostro Paese ed alla eliminazione dei malesseri endemici all’Italia.

Ezio Vanoni nasce nel 1903 a Morbegno, in Valtellina ed a soli ventidue anni si laurea a pieni voti in giurisprudenza, discutendo con Benvenuto Griziotti una tesi sulla “Natura ed interpretazione delle leggi tributarie”.

Alla “politica” approderà molto più tardi, prima si dedica all’approfondimento del diritto tributario (all’epoca ancora diritto finanziario), ottenendo non senza fatica una cattedra universitaria di “Scienza delle Finanze e Diritto Finanziario”.

Con lo scoppio della guerra, grazie a comuni amicizie, si avvicina al giro degli intellettuali antifascisti e dal 1943 entra nella clandestinità in quanto Commissario CGL per il lavoratori del commercio, come rappresentante della DC.

Nel 1946 entra come deputato all’Assemblea Costituente, membro della Commissione dei 75 con incarico nella II sottocommissione incaricata di disegnare l’ordinamento costituzionale del neonato Stato Italiano.

A fianco di Alcide De Gasperi inizia la sua esperienza governativa, accettando la nomina a ministro del Commercio Estero e, negli anni successivi e sino alla sua prematura scomparsa, continuerà ad essere coinvolto, come ministro della Repubblica, in quasi tutti i successivi governi, come Ministro del Bilancio e Ministro delle Finanze.

La sua giovanile passione per il socialismo (quello economico, meno quello politico) lo indirizzeranno in tutte quelle scelte politiche che lo caratterizzeranno come un “riformatore” e che Vanoni cercherà di perseguire sempre, sino alla (sua) fine.

La ricerca della “Giustizia Sociale” come obiettivo volto alla tutela delle classi deboli ed alla realizzazione del benessere collettivo.

Tra i suoi tanti progetti, Ezio Vanoni verrà ricordato come il padre della prima vera riforma tributaria; il c.d. “modulo Vanoni” era per i nostri “nonni” ciò che noi oggi chiamiamo la dichiarazione dei redditi (modello 730 – modello redditi).

Con lo sguardo volto alla giustizia sociale Vanoni vedeva un “Fisco” attento ai cittadini a basso reddito, semplice nell’attuare il meccanismo di attuazione dell’imposta e della riscossione e determinato a colpire gli arricchimenti patrimoniali che prima di allora venivano di fatto esentati. Il tutto al fine di indirizzare risorse finanziarie a meritevoli obiettivi di pubblico interesse.

Infatti, nella sua idea di “riforma” il tributo era visto come il mezzo per raggiungere fini superiori quali una necessaria redistribuzione del reddito che riducesse il divario tra ricchi e poveri.

Quindi, al concetto di imposta “neutra” caro ad Einaudi, Egli contrapponeva quello di imposta “giusta”, che veicola le risorse dell’Erario a favore di chi ne ha bisogno.

L’attività fiscale, pertanto, era lo strumento per ridurre le disuguaglianze sociali, il vero motore di uno Stato vicino agli umili ed ai disagiati.

La sua speranza era quella di cambiare la “testa” degli italiani, facendoli passare da una sensazione di imposta che viene “imposta” (termine caro a Piero Gobetti) ad un’idea di imposta equa, giusta.

Una vera e propria rivoluzione morale la quale necessitava, prima di cambiare la legge fiscale, il cambiamento di mentalità dell’italiano “tartassato”.

Nel 1951 vede la luce la sua legge di perequazione tributaria, la quale stravolgeva il rapporto Fisco/Contribuente.

Quest’ultimo non doveva pagare più le “tasse” sulla base di indicazioni dell’ufficio imposte, magari cercando un accordo/compromesso con il funzionario incaricato; era lui stesso l’artefice della propria obbligazione tributaria, mediante una dichiarazione (dei redditi, appunto) che faceva stato sino a dimostrazione contraria degli organi preposti al controllo.  

Per noi, oggi, è cosa normale pagare i tributi in base a quanto dichiariamo ma per gli italiani di settanta anni fa fu una vera e propria rivoluzione. Anche se, temo, poco capita ed apprezzata.

Il 16 febbraio del 1956, dopo un lungo discorso al Senato, Vanoni, colpito da un’emorragia cerebrale, moriva subito dopo, negli uffici di Palazzo Madama.

Sordo ai segnali del proprio fisico malato ed alle avvertenze dei medici, non aveva rinunciato ad una delle sue tante battaglie ed aveva accettato un nuovo incarico ministeriale.

Proprio mentre accettava, in Senato, il nuovo incarico di Ministro, poco prima del malore che lo fermerà per sempre, Vanoni, per spiegare le sue motivazioni, disse “non siamo degli eroi ma cerchiamo solo di fare il nostro dovere…”.

Certamente non era un eroe ma era un Uomo attento a capire le necessità di chi soffriva e sempre pronto a lottare affinché ci fosse sempre un miglioramento sociale.

In questi giorni di “caos”, con lo spettro della disoccupazione e della crisi economica legata alle conseguenze del “Covid-19”, i nostri politici dovrebbero cercare, seguendo l’esempio del Nostro, di mandarci segnali rassicuranti, fornendoci panorami di certezze di una prospettiva positiva.

Non servono, soprattutto oggi, proclami di riforme e soluzioni risolutive, vaghe ed incomprensibili, niente “formule magiche” per risolvere problemi che necessitano di soluzioni concrete.

Da questo punto di vista, anche noi Cittadini possiamo fare la nostra parte.

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