Più che la foto, una “risonanza magnetica”, quasi…

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ANDREA OLIVA

In fin dei conti, anche i buchi neri si mettono in posa per farsi fotografare. Buco nero è uno dei modi nei quali può “morire” una stella. L’ipotesi sulla loro esistenza discendeva dalla relatività generale di Einstein; la prima teorizzazione rigorosa, però, si deve ad un fisico indiano, Subrahmanyan Chandrasekhar, che calcolò quali stelle, per grandezza, sarebbero diventate un buco nero. Il buon Chandra aveva ragione; senza di lui, nessuno avrebbe mai cercato le prove dell’esistenza dei buchi neri, ma la scienza “ufficiale”, tutta inglese, lo denigrò vigliaccamente. Hawking, un altro inglese, arriva molto dopo: è celebre per aver introdotto la radiazione che ci ha permesso, oggi, di ottenere la “foto” del buco nero… Senza Chandra, però, indiano come Gandhi e come Satyendra Nath Bose, che rivaleggerà addirittura con Einstein, il mondo della scienza sarebbe più povero. Questo per dire che gli immigrati non ci “tolgono il lavoro”; lo migliorano o lo anticipano addirittura… La “foto” al buco nero è, piuttosto una specie di risonanza magnetica: l’immagine si forma con il computer, incrociando i dati provenienti da diversi radiotelescopi distribuiti sul pianeta; è quello che fa la risonanza magnetica, che ricostruisce un’immagine tridimensionale dell’organo in esame tramite segnali elettromagne- tici (onde radio, in specie). La radiazione elettromagnetica letta in questo caso è quella scoperta da Stephen Hawking. Si può pensare che simili sensazionali scoperte siano inutili: la ricerca per via tecnologica ha applicazioni nella vita quotidiana, nella salute, nella moda; per esempio, il Goretex è frutto della ricerca spaziale… Ringraziamo i buchi neri.

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