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“Di mio padre è rimasto solo l’armadietto da pompiere”

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“Di mio padre è rimasto solo l’armadietto da pompiere”

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Certe volte del mio papà mi mancano anche i rimproveri. Sento gli amici che si lamentano, raccontano di essere stati puniti dai padri perché hanno combinato qualche guaio, e allora io provo nostalgia. Capisco di aver perso per sempre qualcosa di fondamentale, che non avrò più».

Una perdita totale

Sean Jordan non ha mai conosciuto chi lo ha messo al mondo. Suo padre Andrew faceva il pompiere alla Ladder 132 di Brooklyn, e l’11 settembre del 2001 corse ad aiutare le vittime degli attacchi di al Qaeda alle Torri Gemelle.

In realtà quella mattina non sarebbe stato di turno, ma si era offerto di lavorare per accumulare qualche giorno libero, da usare poi per assistere la moglie Lisa che stava per partorire il loro quarto figlio. Non tornò mai più a casa, e di lui tra le macerie non è stato trovato nulla. Il 26 settembre 2001, però, Lisa diede la vita a Sean, uno degli orfani di 9/11, nati dopo la morte dei loro padri. «Non sapevo come fare – racconta lei adesso dalla casa della famiglia a Westhampton – per spiegare a questo bambino chi era stato il suo papà. Allora chiesi ai fratelli maggiori di crescerlo, soprattutto Andrew junior che nel 2001 aveva dieci anni, trasmettendogli le memorie del padre in modo che le sentisse almeno un po’ anche sue».

Andrew junior se lo ricorda bene, quel giorno: «A scuola non ci avevano detto nulla degli attacchi, ma quando arrivai a casa trovai mia madre che piangeva. Non sapevamo dove fosse papà, e non lo sapemmo per giorni. Poi, poco alla volta, ci abituammo all’idea di averlo perso per sempre». Non c’era tempo per disperarsi, però, perché Sean stava arrivando: «Decidemmo di concentrarci su di lui, sulla vita nuova che nasceva. Non ricordo il giorno preciso in cui gli spiegammo cosa era successo, ma lui lo capì da solo».

Così cominciò il lavoro più difficile per Andrew: «Gli raccontavo tutto: quando andavamo con papà alla spiaggia dietro casa, quando faceva l’allenatore della nostra squadra di baseball, quando veniva a scuola per insegnare le misure di sicurezza anti incendio. Ogni anno, poi, andavamo e andiamo ancora alla stazione dei pompieri 132, dove i colleghi hanno conservato intatto il suo armadietto, come lo aveva lasciato la mattina dell’11 settembre».

La stazione dei vigili   – Sean quell’armadietto ce l’ha sempre in testa: «È l’unica cosa concreta che mi è rimasta di lui. I vestiti che portava quella mattina prima di indossare la tuta, gli oggetti che conservava, i cimeli del baseball. Io vado e guardo tutto, ma non tocco mai niente, perché ho paura di rompere un incantesimo. Voglio che ogni cosa resti come l’aveva lasciata lui un attimo prima di morire, così è come se fosse ancora vivo in quell’istante congelato».

Crescendo, Sean ha subito avvertito un vuoto incolmabile: «Pensavo che non avrei mai avuto successo nella vita, perché mi mancava una cosa fondamentale. Mi arrabbiavo, quando incontravo bambini che non sapevano cosa era avvenuto l’11 settembre, perché sentivo che non mi avrebbero mai capito». Gli mancavano le cose più semplici: «Andare insieme sulla spiaggia come faceva con i miei fratelli, costruire castelli di sabbia, pescare, giocare a baseball. Mia sorella Kelsey aveva tre anni quando morì papà, ma pure lei ha un ricordo: tutti e due andavano matti per le caramelle Tootsie Roll. Io invece non avevo neppure quello, niente».

La morte di Osama  – Poi arrivò quella mattina, nel maggio del 2011: «Quando mi svegliai, mamma mi disse subito che avevano ucciso Osama bin Laden. Io non sono uno che gioisce per la morte di un altro essere umano, però devo ammettere che provai un forte senso di soddisfazione, di chiusura. Andai a scuola, e i compagni mi venivano incontro: ehi, hai visto che l’hanno ammazzato? Lo so, lo so – rispondevo io fiero – e dentro di me ero felice». Sean è onesto su se stesso: «Capisco che non è un bel sentimento, però è più forte di me. Certe volte provo ancora odio contro i terroristi di al Qaeda, perché hanno privato la mia vita di una cosa troppo grande». Ora che è cresciuto, riesce anche a capire l’impatto che la sua tragedia personale ha avuto sul mondo: «Penso che l’America si stia ancora riprendendo. Non l’ho conosciuta prima dell’11 settembre, ma è ovvio che tutti si sentano più vulnerabili e abbiano paura. Siamo stati attaccati, non ce lo saremmo mai aspettati». Pure sulle guerre ancora in corso contro il terrorismo ha la sua opinione: «Credo che siano andate avanti più di quanto la gente si aspettasse. Pensavamo di prendere Osama, sistemare l’Afghanistan e andare via, e invece siamo ancora là. E adesso ci sono tante altre cose da fare, oltre alla guerra, per fermare gli estremisti islamici». Lui comunque il 26 settembre compirà 15 anni, e ha già le idee chiare sul proprio futuro: «Andrò all’università, e poi alla Ladder 132 di Brooklyn per fare il pompiere. È un lavoro duro e pericoloso, lo so. Però è anche l’unica strada che ho davanti, per raccogliere l’eredità di quel padre che non conoscerò mai».

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