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Il sacerdote nell’inferno di Aleppo. “Sotto le bombe con 170 bambini”

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Il sacerdote nell’inferno di Aleppo. “Sotto le bombe con 170 bambini”

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Roma, 13 agosto 2016 – Gli scheletri dei palazzi di cemento si susseguono uno dopo l’altro, la nuvola di detriti mangia l’asfalto o quel che rimane delle strade insanguinate di Aleppo. Da settimane la città martire della Siria è sotto i raid dei Mig 21 russi che, all’unisono con l’artiglieria di Assad, cercano di spianare il campo alle truppe regolari, decise a riconquistare i quartieri orientali strappati al rais nel 2012 dai ribelli, in prevalenza islamisti di Ahrar al Sham . L’ultimo bombardamento, nel mirino un mercato e un ospedale, ha provocato la morte di diciotto persone, tra cui alcuni bambini. Oltre trecentomila civili vivono intrappolati tra i due fuochi, senza elettricità e rifornimenti ridotti al minimo, mentre l’Onu insiste nel chiedere che le armi tacciano per due giorni di fila, quando perfino le tre ore quotidiane di ‘silenzio’, concesse da Mosca, continuano a scandire il de profundis per centinaia di vite spezzate sotto le macerie.

Eppure nell’inferno di Aleppo c’è ancora chi prova a regalare un po’ di normalità ai bambini, le prime vittime della guerra. Sono i tre salesiani rimasti in città che hanno scelto di tenere aperto l’oratorio, in spregio all’orrore. Il più giovane dei religiosi è don Pier Jabloyan, siriano di 31 anni, in queste ore bloccato a 40 chilometri dal confine libanese, con i 170 giovani, di età tra i 12 e i 14 anni, dell’Estate ragazzi.

Non riuscite a rientrare ad Aleppo?  «No, siamo fermi nel villaggio di Kfroun dove siamo venuti per un campo vacanze. L’unica strada di collegamento con la città è chiusa al transito dei civili. È troppo pericoloso muoversi… In altri tempi in tre ore avremmo fatto ritorno».

L’Onu spinge per una tregua di due giorni. «Mi vien da ridere… La gente non se ne fa niente di un cessate il fuoco così breve, qui abbiamo bisogno di pace. Questa è una guerra vera e propria, con scuole, centrali elettriche e ospedali rasi al suolo. Sia la parte orientale della città, sia quella fedele al governo sono isolate. A ovest c’è solo una strada percorribile dai mezzi militari e dai camion dei rifornimenti di gas, cibo e acqua. La notte non riusciamo a dormire per il rombo dei caccia e la luce abbagliante delle esplosioni. Non saprei neanche più dire chi bombarda chi… Tutti bombardano tutti».

Vi sentite abbandonati, Aleppo è sempre più una nuova Sarajevo? «Le istituzioni internazionali e i Paesi leader devono darsi una mossa nel far cessare il flusso di armi a entrambi le parti in conflitto. Serve che queste si siedano attorno a un tavolo per un dialogo serio che porti a una pace perenne. Qui ci sono centinaia di persone che muoiono ogni giorno, ma la sensazione diffusa è che in Occidente non freghi niente a nessuno in confronto alle vittime di stragi, numericamente meno consistenti, che si consumano altrove».

È il vecchio dilemma dei morti di serie A e di serie B. «Chissà forse qui in Medio Oriente siamo addirittura di serie Z…».

Per Amnesty international le forze di Assad avrebbero usato armi chimiche durante l’assedio di Aleppo. «Se ne parla da tempo, ma non esistono prove. Al contrario forse sono stati i ribelli ad usarle».

Di fronte al dolore comune almeno regge la storica amicizia tra cristiani e islamici siriani? «Quando c’è da dare una mano nel portare i soccorsi nessuno si tira indietro. I miei più grandi amici sono musulmani. Gli islamisti tra le file dei ribelli provengono da fuori, non sono siriani».

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