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La divisa sulla pelle: storia di chi ha scelto di fare il Vigile del fuoco

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La divisa sulla pelle: storia di chi ha scelto di fare il Vigile del fuoco

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TERMOLI. In tv e sui giornali non si parla altro che di interventi della Protezione Civile, Vigili del Fuoco, esercito, 118 e volontariato per aiutare in qualche modo le popolazioni colpite dalle calamità.

Oggi, anche noi parleremo di Vigili del Fuoco ma lo faremo con uno di loro che da circa 12/13 anni ha appeso la divisa e il casco al chiodo.

Questo non vuol dire nulla, perché noi tutti sappiamo che almeno per chi ha indossato una divisa di un corpo dello stato che sia Poliziotto, o Carabiniere oppure Finanziere, una volta che lo sei diventato, lo sarai per sempre.

Quindi, il nostro pompiere in pensione, Maurizio Riccieri, anni 67, sposato con la signora Rina, ha due figli e due nipoti/e… insomma, nonno pompiere felice!

Lui, è bene ricordare, nasce in Toscana poi per ragioni familiari si ritrova a Termoli e ora termolese lo è a tutti gli effetti.

Maurizio, dopo aver fatto un percorso scolastico che ti avrebbe visto meglio imbarcato, come mai hai optato per la divisa dei vigili del fuoco?

“Dopo aver conseguito il diploma dell’Istituto Nautico sono partito per il servizio di leva, mi sono fatto 24 mesi di marina poi, uscì questo concorso per i vigili del fuoco e lo feci.

Ho concorso come conduttore di mezzi navali, ho vinto il concorso e sono entrato nei quadri dei permanenti. Sono venuto a Termoli, solo per 3 anni lasciai Termoli per trasferirmi al comando di Foggia in qualità di capo reparto e sono rientrato a Termoli e nel 2005, concludendo la mia carriera professionale e andando in pensione”.

Una carriera sicuramente dove non tutto è andato sempre alla perfezione, alti e bassi e sacrifici, perché questa professione non ha orari di fabbrica e uffici, però anche tante soddisfazioni personali. Insomma, i tuoi 36 anni da pompiere come sono stati alla fine quando hai tirato le somme?

“Gli interventi dei Vigili del fuoco sono sempre molto diversi e mai ripetitivi. Quando entrai nel corpo subito capitò il Terremoto del Friuli nel ‘76, poi nell’ 80 quello dell’Irpinia, poi quello di San Giuliano di Puglia dove noi arrivammo per prima sul posto, ma anche quello di Marche e Umbria, senza dimenticare altri grossi interventi come le alluvioni, come quella che ci ha colpito nel 2003 e lì eravamo ancora scossi dal terremoto di San Giuliano, ma ne ho vissute altre, quella di Isernia, di Taranto, in Calabria, noi in occasione di grosse calamità veniamo sempre chiamati dal corpo centrale in supporto, io facevo parte di una struttura particolare che viene chiamata “Colonna Mobile” che viene interpellata in queste circostanze”.

Maurizio, da quando eri in servizio tu ad oggi con l’avvento della tecnologia, internet e altre tipologie informatiche, quanto è stato agevolato il compito del Vigile del fuoco?

“Sicuramente qualcosa è cambiato. Ai miei tempi il vigile del fuoco aveva una professionalità più generica, praticamente tutti facevano di tutto, oggi la professionalità è cambiata è più specialistica, è stata divisa in settori, oggi si hanno a disposizione mezzi e macchinari costosi e, purtroppo, spesso per la burocrazia restano inutilizzabili. Io resto sempre del parere: tecnologia sì, ma preferisco  rimanere fedele ai miei catorci di una volta e poi a mano nuda l’uomo ha sempre il suo potere decisionale e in più riesce ad arrivare dove la macchina non ce la fa. Con le mani si possono  smuovere macerie che la macchina non riesce a fare, le mani sono sempre il primo attrezzo utile con cui operare come è accaduto in Abruzzo in questi giorni.

I mezzi meccanici intervengono laddove son sicuri che non ci siano più corpi inanimati e certi di non fare ulteriori danni”.

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