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VIDEO. Strage di Piazza Fontana, 47 anni dopo Il 12 dicembre 1969

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VIDEO. Strage di Piazza Fontana, 47 anni dopo Il 12 dicembre 1969

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È in bianco e nero la memoria della strage di piazza Fontana: le foto, i filmati dei Tg e tutto quello che li circondò nei giorni che introducono alla lunga stagione del terrore. Punteggiata da cinque istruttorie diverse, dieci processi, 500mila documenti. E nessun colpevole. La memoria torna su quel buco scavato dall’o rdigno esploso alle 16.37 nel salone della Banca Nazionale dell’A gricoltura al centro delle inquadrature di fotografi e cineoperatori e degli schermi della Rai di quella e di tante altre sere di anniversario.

La scena si allarga e coglie un salone ingombro di vetri rotti, sedie rovesciate, calcinacci. Già presidiato dagli uomini della polizia. Ma ci sono anche altre immagini che non finirono in prima pagina che raccontano di corpi stesi sulle barelle prima di essere caricati sui carri mortuari: 14 quello stesso giorno, i primi di una lista che, negli anni, sarebbe arrivata a 378, le vittime del terrorismo.

Nei primi minuti si parla di una fuga di gas, ma basta poco per capire che di tutt’altro si trattava: alle 16.55, in via San Basilio, a Roma, in un sottopasso della Banca Nazionale del Lavoro esplode un ordigno che ferisce 14 persone; alle 17.22 scoppio alla base del pennone all’Altare della Patria in piazza Venezia e ancora alle 17,30 all’ingresso del Museo del Risorgimento: quattro i feriti. E a Milano, poco prima della strage, alle 16.25, un commesso della Banca Commerciale aveva trovato nella sede di piazza della Scala una borsa che conteneva una scatola metallica. Gli artificieri la faranno saltare, cancellando una traccia che avrebbe potuto indirizzare le indagini. E ponendo il primo tassello in un mosaico di orrori, misteri e complotti che ha steso la sua ombra sulla storia nazionale.

Era un venerdì il 12 dicembre 1969 e la giornata si annunciava tesa come quelle che l’avevano preceduta. Alla prima della Scala la contestazione era stata violenta con cariche e arresti, gli scioperi punteggiavano le cronache, un sindaco-imprenditore della Brianza aveva sparato col fucile contro un picchetto di operai. E in prima pagina Il Giorno commentava i primi passi dello statuto dei lavoratori con il titolo “Più libertà e dignità in fabbrica” annotando anche che nei sotterranei della Statale era stata scoperta una centrale d’ascolto. I bancari avevano firmato il contratto annunciava Il Corriere, ma nell’industria si preparava per il 19 lo sciopero generale, scriveva l’U nità.

Le bombe spazzarono via tutto. E il 13 dicembre alle edicole si affacciavano i titoli “Orrenda strage” (Corriere), “Infame provocazione” (Giorno), “Orrendo attentato nel quadro di provocazioni fasciste e manovre reazionarie” (Unità). E, a tutti, la polizia suggeriva l’ipotesi di un legame con le bombe del 25 aprile attribuite agli anarchici. La macchina che avrebbe portato alla morte di Giuseppe Pinelli, all’arresto di Pietro Valpreda, ai processi e alle assoluzioni si era messa in moto.

Ma in quelle ore, mentre persino Carosello veniva cancellato dagli schermi televisivi, la città non pensava che a quei morti. Che avrebbe onorato solo tre giorni dopo in piazza del Duomo. Raccontava ai lettori del Giorno Giorgio Bocca: «Ieri a Milano c’è stato un funerale popolare, come era giusto. Da piazza del Duomo a piazza Castello i visi, gli abiti, gli atteggiamenti erano quelli della Milano umile ma non servile che lavora nelle fabbriche, negli uffici nei negozi e che sbuffa».

Ma su quella stessa prima pagina compariva un’altra notizia: “ Anarchico si uccide in questura buttandosi dalla finestra”. Era Giuseppe Pinelli. I suoi funerali, quelli della diciottesima vittima della strage come gli sarebbe stato riconosciuto dal presidente Giorgio Napolitano, si celebrano in periferia, il 20 dicembre. Ne scrisse Franco Fortini; «La strada era nera di folla, fra le due pareti di case popolari. Mi sono detto: quanta gente. Ma non era vero. Neanche un migliaio di persone. Quanti debbono aver avuto paura. C’è un mazzo di bandiere nere con la A in rosso. Due o tre bandiere rosse. Molti, forse i più, erano giovani; ma molti anche gli anziani e vecchi. Quando sono in mezzo a una folla non mi rammento di essere già, per i più, un vecchio».

Il 22 dicembre i quotidiani titolano: “I metalmeccanici giunti al traguardo”. Una stagione era finita. Gli anni si sarebbero fatti di piombo. E il 30 dicembre l’Unità annuncia: “Scioperi contro le centinaia di denunce di lavoratori e sindacalisti per le lotte d’autunno”

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