Gianni Agnelli: il secolo dell’Avvocato. Il potere, le donne, la Fiat (e lo sport)

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Invidiava i commilitoni più grandi, che avevano l’età per andare alla guerra di Spagna; e a chi era tanto ingenuo da chiedergli su quale fronte l’avrebbe fatta, rispondeva che un ufficiale piemontese di cavalleria va alla guerra dalla parte del suo Paese, quindi con Franco e non con gli anarchici e i comunisti. Sulla scrivania aveva una foto della polizia a cavallo che carica i dimostranti. Eppure con i capi del sindacato e i segretari del Pci coltivò un rapporto anche personale. Il motivo era questo: mentre considerava il fascismo estraneo a Torino, «città francese» come l’aveva definita il Duce di fronte alla fredda accoglienza nella nuova grande fabbrica di Mirafiori, l’Avvocato pensava il comunismo italiano come una cosa essenzialmente torinese; suo nonno aveva dovuto vedersela con Gramsci e Togliatti, lui con Lama e Berlinguer.

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