EUTANASIA/ Mario e quei “perché” per vivere che nessuno intorno a lui sembra volere

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Il suicidio assistito consiste nell’aiutare un paziente terminale a suicidarsi, cioè ad ingerire da solo il farmaco letale. A differenza dell’eutanasia con la quale il paziente muore attraverso un’iniezione letale che gli viene praticata da un medico. Due pratiche, fino a poco tempo fa, condannate dal nostro Codice penale negli articoli 579 e 580.

Ma la sentenza della Corte costituzionale sul caso di Dj Fabo ha sostanzialmente depenalizzato, che è cosa diversa dall’aver legalizzato, il suicidio assistito, raccomandando con insistenza due cose. Al Sistema sanitario nazionale ha ricordato la necessità di ricorrere assai più spesso alle cure palliative: migliorandone la qualità e l’intensità, creando Centri adeguati in cui accogliere i pazienti e offrendo alle famiglie un’assistenza domiciliare adeguata ai bisogni dei pazienti. Con l’obiettivo evidente che nessun paziente si potesse sentire solo o di peso per la sua famiglia, oppure dovesse misurarsi con un dolore refrattario ai migliori farmaci disponibili. Tutto in piena coerenza con la legge 38.

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