Challengers – Guadagnino serve, il desiderio risponde
GIORGIA FIDATO
Challengers non è un film sul tennis. Il tennis è solo il campo, le righe bianche, la scusa elegante per parlare di tutt’altro: desiderio, potere, ossessione, competizione emotiva. Luca Guadagnino prende uno sport che vive di scambi e lo trasforma in una partita mentale continua, dove ogni colpo è un non detto e ogni punto è una ferita che si riapre.
Zendaya è il centro di gravità permanente del film. Non tanto perché domina la scena, ma perché la controlla anche quando non parla. Tashi non è un oggetto del desiderio: è il desiderio stesso, lucidissimo, strategico, feroce. Attorno a lei, due uomini che si amano, si odiano e si definiscono solo in relazione a lei e al campo. Il triangolo non è romantico, è competitivo. Qui non si sceglie chi amare, si sceglie chi vincerà.
Guadagnino gira il tennis come se fosse sesso e gira il sesso come se fosse una finale slam. Il montaggio è nervoso, musicale, ipnotico. La colonna sonora pulsante di Trent Reznor e Atticus Ross entra sotto pelle come un battito accelerato: non accompagna le immagini, le comanda. Ogni match diventa una danza violenta fatta di corpi tesi, sguardi trattenuti, frustrazione e bisogno.
Challengers parla di talento e fallimento, di cosa resta quando il corpo non risponde più come vorremmo, di come l’ambizione possa trasformarsi in dipendenza. È un film sul controllo e sulla perdita del controllo. Sul desiderio che non si consuma mai, ma si sposta, cambia forma, si trasmette come una tensione elettrica.

