Joker: Folie à Deux – Quando l’eco non diventa voce
GIORGIA FIDATO
Joker: Folie à Deux arriva con il peso enorme di un’eredità ingombrante e ne esce schiacciato. Il primo Joker era un pugno nello stomaco, disturbante, scomodo, anche discutibile, ma vivo. Questo sequel, invece, sembra più interessato a commentare se stesso che a dire qualcosa di nuovo. E quando un film diventa autoconsapevole al punto da compiacersi, il rischio è quello che si è puntualmente verificato: il vuoto.
Joaquin Phoenix resta straordinario, ma è come se fosse intrappolato nella sua stessa maschera. Arthur Fleck non evolve, si ripete, si trascina. La follia non esplode più: viene osservata, sezionata, musealizzata. Lady Gaga, nei panni di Harley Quinn, è magnetica e intelligente, ma il film non le concede mai davvero spazio narrativo. È un’idea potente che resta sulla carta, una promessa più che una presenza. Canta, incanta, ma non incide.
La scelta del musical, che sulla carta poteva essere radicale e destabilizzante, qui diventa un esercizio di stile che smorza il conflitto invece di amplificarlo. Le canzoni interrompono, non scavano. La regia di Todd Phillips è elegante, controllata, persino troppo: tutto è impeccabile, tutto è distante. Il caos è coreografato, la rabbia addomesticata.
Il problema di Folie à Deux non è il coraggio, ma l’assenza di urgenza. Non c’è più una ferita aperta, solo il ricordo di una. Il film sembra dirci che il mito di Joker è pericoloso, che va decostruito, ma lo fa togliendogli proprio ciò che lo rendeva disturbante: la sua imprevedibilità.
Alla fine resta un film freddo, concettuale, che parla di follia senza mai farci sentire davvero a disagio. E per un Joker, è forse il tradimento più grande.

