Uccisi negli Usa. Yaron e Sarah credevano nel dialogo e volevano sposarsi a Gerusalemme
Una sola arma, un unico killer. Giovane, aria distinta. Camicia bianca e giacca. Una kefiah rossa e bianca. Occhiali, barba corta e curata. Nulla terrorizzava nell’aspetto del fermato per l’uccisione, mercoledì sera davanti al Museo ebraico di Washington, di una coppia di giovani ebrei dipendenti dell’ambasciata di Israele. Tant’è vero che, quando è entrato affannato nel Museo, subito dopo aver sparato a bruciapelo, è stato scambiato per la vittima di un’aggressione, rincuorato e soccorso con un bicchiere d’acqua. «Sta bene? Le hanno sparato?» gli ha chiesto una testimone, Paige Siegel, cha l’ha raccontato alla Cnn. «Lui continuava a ripetere: “Chiamate la polizia”. È rimasto seduto vicino a noi su una panca, visibilmente scosso – ha riferito Siegel –, finché una mia amica non gli ha detto: qui non si potrebbe stare se non si è sul registro degli organizzatori. A quel punto si è alzato in piedi, sempre più agitato, e ha detto: “L’ho fatto, l’ho fatto. Palestina libera”. Ha aperto lo zainetto e ho pensato che saremmo morti tutti». Subito dopo è arrivata la polizia. Un video pubblicato dalla Cnn fa vedere quando lo ammanettano, senza che lui opponga resistenza. Come a sfidare la telecamera, ma quasi esitante, emette solo un grido: «Palestina libera».

