La folla affamata nei recinti metallici per un pacco alimentare a Gaza: spari per fermarla
La consegna di aiuti umanitari alla popolazione di Gaza, iniziata oggi e organizzata dagli Stati Uniti e da Israele, è stata segnata da momenti di forte tensione. Una conseguenza quasi inevitabile, se si considera che per undici settimane – tra il 2 marzo e il 18 maggio – nessun aiuto è potuto entrare nella Striscia a causa dell’assedio imposto dalle autorità israeliane. In questo periodo, i gazawi non hanno ricevuto né cibo, né farmaci, né carburante per alimentare i generatori necessari a far funzionare i pochi ospedali ancora attivi. Tradotto: per quasi tre mesi, la popolazione è stata ridotta alla fame. La carestia è stata descritta da alcuni osservatori internazionali come un’arma di guerra deliberatamente impiegata.
Spari per disperdere la folla accalcata in recinti metallici
Nel momento in cui gli aiuti hanno ripreso a entrare – giudicati comunque insufficienti per una popolazione di circa due milioni di persone costretta alla fame per tre mesi – era prevedibile che i centri di distribuzione venissero presi d’assalto.
È successo anche oggi, quando sono entrati in funzione i centri di Tal al-Sultan e nel corridoio di Morag, nell’area di Rafah, come parte di un’apertura graduale dei quattro punti di distribuzione. Tutti si trovano nel sud della Striscia, scelta interpretata come un tentativo di spingere la popolazione verso aree sempre più ristrette, delimitate dall’avanzata dell’esercito israeliano. Le forze israeliane continuano a emettere ordini di evacuazione improvvisi, utilizzati sistematicamente come strumento di pressione e controllo. Attualmente, le aree soggette a evacuazioni forzate e quelle dichiarate zone militari con accesso vietato coprono circa l’80 per cento del territorio di Gaza. Dal 18 marzo, si stima che circa 600mila persone siano state costrette a sfollare più volte.
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