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35 anni fa la strage del Pilastro: “Mancano ancora pezzi di verità” 

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Questa mattina la commemorazione del cosiddetto Eccidio del Pilastro, con la messa officiata nella Chiesa di Santa Caterina, nel quartiere del Pilastro a Bologna, dal Cappellano Militare della Legione Carabinieri Emilia Romagna, Don Luca Giuliani. La chiesa è situata a pochi passi dal luogo in cui persero la vita i tre giovani carabinieri Andrea Moneta, Mauro Mitilini e Otello Stefanini. Hanno presenziato alla celebrazione il Sindaco di Bologna Matteo Lepore, numerose altre autorità civili e militari, e rappresentanti di varie Associazioni, con una vasta partecipazione di persone del quartiere del Pilastro, e provenienti da Bologna e provincia, per stringersi intorno ai familiari delle vittime dell’eccidio.Di seguito il comunicato diramato dai fratelli dei tre carabinieri vittime dell’eccidio.

Ad oltre 30 anni dall’arresto dei SAVI non conosciamo tutta la verità sulla Banda della Uno Bianca, sul perché uomini delle istituzioni si resero responsabili di 24 omicidi e 102 feriti con ferocia cieca e spietata. II gruppo criminale, composto per la quasi totalità da poliziotti, che ha giovato di coperture e depistaggi, come quello compiuto dal Brigadiere dei Carabinieri Macauda, agiva con una ferocia omicida irragionevole, uccideva senza un apparente motivo seminando TERRORE in una precisa area del nostro paese. Per un lungo periodo criminali in divisa hanno seminato morte e dolore anche senza apparente scopo di lucro. 

Come quella tragica sera del 4 gennaio 1991, quando una pattuglia con tre giovani Carabinieri, Mitilini Mauro, Moneta Andrea, Stefanini Otello, venne vigliaccamente attaccata dai criminali della Banda della Uno Bianca. Le modalità dell’eccidio certificarono che l’eccidio del Pilastro fu un agguato premeditato da tempo, studiato in ogni dettaglio e che molto probabilmente i SAVI non erano soli al Pilastro a differenza dei tre giovani Carabinieri. Infatti quella sera del 4 gennaio, per una strabiliante combinazione, tutte le pattuglie di polizia e carabinieri furono allontanate dal quartiere con interventi operativi sui quali sono in corso accertamenti dopo la presentazione dell’esposto da parte degli avvocati Alessandro Gamberini e Luca Moser. Ma i lati oscuri da chiarire sono tanti, e noi ci teniamo a ribadirli con forza affinché gli organi inquirenti prestino la giusta attenzione.

Ad esempio, del perché i carabinieri alle 21:30 si spostarono dalle ex scuole Romagnoli per portarsi in via Casini, sebbene fossero obbligati da una dettagliata ordinanza del Questore di Bologna, che prescriveva in modo inequivocabile, una “VIGILANZA FISSA”. Si cercò di riscontrare il motivo che spinse la pattuglia ad abbandonare quell’obiettivo sensibile attraverso il FOGLIO DI SERVIZIO della pattuglia, ma quel documento sparì. Gli atti parlano chiaro, la pattuglia doveva presidiare quella scuola, disposizione regolarmente riscontrata anche

nel brogliaccio di servizio della caserma dei Carabinieri. La pattuglia percorse via Casini, senza esternare alcuna situazione di allerta, così come riferito da alcuni testimoni e solo un diverso ordine di servizio poteva giustificare la presenza della pattuglia in via Casini, un punto fondamentale per identificare il vero movente di quel terribile eccidio. Un agguato premeditato in ogni dettaglio, certamente non indirizzato a

impadronirsi delle armi dei giovani carabinieri, come stabili la Sentenza del 97, armi che peraltro non furono sottratte. Anche la dinamica dell’agguato indicata nella Sentenza ’97 non sta in piedi, cosi come attestato da numerose

testimonianze e dalle perizie balistiche. Non sono compatibili le traiettorie con le tracce dei colpi cal. 38 esplosi sulla fiancata dell’auto dei Carabinieri nella fase finale dell’eccidio contro il Carabiniere alla guida e già deceduto. Infatti le testimonianze dei poliziotti e dei carabinieri giunti per prima sul posto, interpongono un cassonetto della nettezza urbana sulla fiancata sinistra della pattuglia. Pertanto, riteniamo, cosÌ come dichiarato da tanti testimoni, che la prima arma a sparare in via Casini angolo via Ada Negri fu la cal 38 (e non I’AR 70), un’azione che proverebbe la missione dei SAVI di trucidare tre giovani Carabinieri. La premeditazione dei killer è provata anche dal fatto che erano travisati, che usarono armi lunghe ad altissimo potenziale, che predisposero I’incendio della uno bianca con il kerosene per cancellare le tracce ed un’Alfa 33 con il QUARTO UOMO alla guida, ad oggi rimasto sconosciuto, che garantì la fuga dei Savi dal quartiere Pilastro. Sconosciuto è rimasto anche un altro uomo, dall’aspetto distinto e somigliante ad uno dei Killer dell’armeria Volturno a bordo di un Alfa 75, visto viaggiare a fari spenti insieme all’Alfa 33 che prelevò i Savi. Complici ad oggi sconosciuti furono visti anche in altre azioni criminali della banda, numerosi testimoni descrissero soggetti per niente somiglianti ai componenti della banda della uno bianca, in diverse circostanze il numero dei criminali in azione risulta superiore a quelli condannati nel 97. Troppi interrogativi che aspettano risposte da tempo, Ancora oggi non conosciamo cosa intendeva dire l’allora Ministro dell’interno Maroni (udienza del 29.01.1997 – Corte di Assise di Bologna) quando affermò che I’ARRESTO DEI SAVI avvenne grazie ad una segnalazione diretta (una notizia confidenziale) sebbene le sentenze ci consegnano una verità diversa, eventuali complici e mandanti ancora liberi rappresenterebbero una seria minaccia per la democrazia del nostro paese. 

Concludiamo, esprimendo un grande senso di gratitudine a coloro che, insieme all’Associazione Vittime della Uno Bianca, hanno inaugurato iniziative per raccontare e ricordare quei 7 lunghi anni di terrore, ossia la mostra “Uno Bianca per chi l’ha vista. Una storia per chi non c’era”, con la direzione artistica dello scrittore Maurizio Matrone e la mostra “Uno Bianca. Bianco e nero’ del fotografo Luciano Nadalini. Riteniamo che la memoria sia importate, soprattutto quando non vi è una VERITA’ COMPLETA, come il caso Uno Bianca.

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