Sugli insulti “afghani” di Trump
Le parole di Donald Trump sul ruolo degli alleati NATO in Afghanistan hanno acceso una polemica tanto rumorosa quanto tardiva. Accuse liquidate come offensive e inaccettabili, in un paese in cui – per vent’anni – si è preferito raccontare una missione che guerra non sarebbe mai stata.
Dobbiamo davvero offenderci per le ennesime baggianate del presidente USA, o dovremmo piuttosto farlo per la stessa improvvisa ipocrita indignazione delle nostre istituzioni? Perché dietro lo sdegno odierno riaffiora una verità scomoda: non dovrebbero essere le stupidaggini odierne a disturbare, ma ciò che non si è mai avuto il coraggio di dire allora.
Nessun governo – di qualsiasi colore politico – ha mai chiamato le missioni con il loro nome: “GUERRA“. Per vent’anni si è preferito mascherare il conflitto dietro formule rassicuranti, evitando di assumersi la responsabilità politica e morale di ciò che stava realmente accadendo sul terreno. Ci siamo nascosti dietro “foglie di fico” lessicali utili a tenere buona l’opinione pubblica: peace keeping, peace enforcing, missione di stabilizzazione. Una semantica anestetizzante, ripetuta con disciplina trasversale, mentre sul terreno si combatteva, si moriva e si uccideva… in silenzio.

