Appunti di un’allieva – Perché si medita in loto?
CARLOTTA IOZZA
Sedersi in loto — Padmasana — è sembrato per molto tempo un rito misterioso, qualcosa di mistico che solo “yogi veri” fanno. Ma c’è una ragione, e non è solo estetica. Quando scegliamo quella postura, stiamo tracciando un cerchio silenzioso attorno a noi, costruendo le basi per l’ascolto profondo.
Prima di tutto, stabilità fisica: incrociando i piedi sopra le cosce, il corpo diventa una piattaforma ferma. Le ginocchia poggiano, il bacino si radica, e i micro-movimenti si riducono. In quel momento, il corpo “tace” e lascia spazio alla mente.
Poi, allineamento interno e respiro: il loto facilita una colonna eretta senza sforzo, così il respiro si espande liberamente. Quando il corpo è allineato, l’energia fluisce più armoniosamente, e il silenzio interiore diventa più accessibile.
C’è poi un livello simbolico che accompagna ogni gesto: il fiore di loto nasce dal fango, ma sboccia verso la luce. Sedersi così, anche se non perfettamente, è un modo per incarnare quel percorso: radicati nella terra, aperti al cielo.
Infine, nell’ottica energetica tradizionale, incrociare le gambe aiuta a “contenere” l’energia, evitando che si disperda. Si crea una “gabbia interna” che guida l’energia verso l’alto, verso il centro della coscienza. Ma attenzione: non è obbligatorio. Se il loto non ti è accessibile, mezzo loto, o una variante comoda con gambe incrociate (“Sukhasana”) vanno benissimo. Ciò che conta davvero è rimanere presenti, radicati e aperti all’ascolto

