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Tragedia nelle grotte sommerse alle Maldive: “A 50 metri basta un attimo per non ritrovare più l’uscita”onaca

Una corda nel buio totale può fare la differenza tra la vita e la morte. È da questo dettaglio drammatico che parte il racconto di Giuseppe Frison, coordinatore operativo della task force speleosubacquea dei Vigili del fuoco sommozzatori, parlando della tragedia avvenuta nelle acque dell’atollo di Vaavu, alle Maldive, dove cinque sub italiani hanno perso la vita durante un’escursione in una grotta subacquea.

Per l’esperto, il recupero dei corpi potrebbe trasformarsi in un’operazione estremamente difficile. «La sagola è il principale elemento di salvezza», spiega Frison riferendosi alla corda guida utilizzata nelle immersioni speleosubacquee.

L’uomo che ha coordinato operazioni delicate come il recupero della Costa Concordia, del Bayesian e quello dei tre sub morti a Palinuro nel 2016, descrive le insidie mortali di questi ambienti sommersi. «Sono tanti gli elementi problematici: la scarsa visibilità e la perdita d’orientamento in primis. Per questo quando noi facciamo operazioni di recupero in questi scenari utilizziamo la sagola, che è il principale elemento di salvezza. Nelle cavità a quelle profondità la luce non penetra e noi quando entriamo fissiamo la corda guida con ancoraggi alle pareti: così riusciamo ad esplorare gli anfratti e poi uscire ripercorrendo la stessa via dell’ingresso anche se c’è zero visibilità».

Il riferimento immediato è alla tragedia di Palinuro, dove il 19 agosto 2016 tre sub persero la vita in circostanze molto simili. Anche lì la grotta si trovava a circa 50 metri di profondità. «Ci sono voluti due-tre giorni per recuperare i corpi», ricorda Frison. «In quell’occasione c’era la speranza di trovare qualcuno vivo perchè in quella cavità c’erano delle campane d’aria dove i sub avrebbero potuto trovare riparo. C’erano diverse diramazioni, non è stata un’operazione semplice percorrerla tutta. I sub in quel caso, determinò l’inchiesta, avevano esurito le scorte d’aria».

Tra i pericoli più insidiosi c’è anche la cosiddetta narcosi d’azoto, un fenomeno che può alterare lucidità e percezioni durante immersioni profonde. «A quelle profondità respirare miscele di aria compressa arricchite di ossigeno può creare disfunzioni a livello neurologico alterando le percezioni che diventano sfocate», spiega ancora il capo della task force dei Vigili del fuoco.

Per questo ogni sub utilizza strumenti specifici per controllare tempi e limiti dell’immersione. «I sub hanno un computer che indica il tempo residuo in cui si può rimanere a quella quota per poi risalire lentamente, con la decompressione».

Frison invita però alla prudenza sulle cause della tragedia avvenuta alle Maldive. «È complicato fare ipotesi su cosa sia successo ai nostri cinque connazionali, che sembra fossero peraltro sub esperti. Ma a 50 metri di profondità sono tante le incognite che possono verificarsi ed in un ambiente altamente insidioso come quello di una grotta non è facile trovare la via d’uscita quando l’imprevedibile accade».

E il recupero stesso dei corpi rappresenta un rischio enorme per chi dovrà intervenire. «Anche il recupero dei corpi comporta dei rischi e dunque va svolto con tutte le cautele ed i tempi necessari che potrebbero non essere brevi».

Una tragedia che riaccende i riflettori sui pericoli estremi delle immersioni speleosubacquee, considerate tra le attività più rischiose al mondo anche per professionisti esperti.

https://www.giornalelavoce.it/news/cronaca/701148/tragedia-nelle-grotte-sommerse-alle-maldive-a-50-metri-basta-un-attimo-per-non-ritrovare-piu-luscita.html

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