“CHI RACCONTA LA VIOLENZA, DA CHE PARTE STA?”
SIMONA CONSONI
C’è un momento, dopo la violenza, in cui il racconto cambia pelle. Non riguarda più solo ciò che è accaduto, ma come lo si racconta. Ed è lì che si consuma qualcosa che somiglia molto a una seconda ferita.
Non arriva dalle mani. Arriva dalle parole.
“Era sola.”
“Aveva bevuto.”
“La relazione era complicata.”
Non sono dettagli. Sono traiettorie. E quasi sempre portano nello stesso punto: lei.
Il victim blaming non è solo un riflesso sociale, è un’abitudine narrativa. Si annida nei titoli, negli attacchi, nelle subordinate infilate quasi senza pensarci. Non serve nemmeno accusare apertamente: basta orientare lo sguardo.
“Uccisa dopo una lite.”
“Tragedia della gelosia.”
“Lui non accettava la fine della relazione.”
“Accecato dalla rabbia.”
“Raptus improvviso.”
“Dramma familiare.”
“Lei voleva lasciarlo.”
“Frequentava ambienti sbagliati.”
“Era uscita da sola di notte.”
Parole e formule che fanno una cosa sola: spostano il baricentro. Trasformano un atto di violenza in una storia da comprendere, quasi da contestualizzare. E nel farlo, alleggeriscono chi agisce e appesantiscono chi subisce.
Perché una “lite” è reciproca. Un “raptus” è incontrollabile. Un uomo “accecato” sembra perdere lucidità, quasi responsabilità. E invece no: la violenza è un atto. Lucido. Agito. Scelto.
Chi fa informazione lo sa. O dovrebbe saperlo. Non è un caso che l’Ordine dei Giornalisti del Lazio, insieme al Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, abbia iniziato a lavorare su questo proprio nei percorsi formativi: le parole costruiscono realtà, e nel racconto della violenza di genere non esistono scorciatoie innocue.
Eppure continuiamo a leggere pezzi in cui lei viene raccontata nei dettagli – come era, cosa faceva, che vita conduceva – mentre lui resta sullo sfondo, spesso ridotto a una funzione narrativa. Un soggetto quasi senza storia, se non quella che “spiega” il gesto.
La verità è che ogni parola pesa. Ogni scelta lessicale è una presa di posizione. E ogni volta che scegliamo di raccontare “perché lei” invece di dire “cosa ha fatto lui”, stiamo facendo qualcosa di preciso: stiamo spostando la responsabilità.
Non è solo cattiva informazione. È un pezzo di cultura che continua a proteggere chi agisce violenza e a mettere sotto processo chi l’ha subita.
E finché non cambieremo le parole, continueremo – anche senza volerlo – a raccontare la stessa storia.
Sempre dalla parte sbagliata.

