Fabio Imperiale, il talento emergente della pittura contemporanea.
ALESSANDRO MISTRETTA
Tra i nomi della scena artistica italiana contemporanea c’è Fabio Imperiale, artista romano classe 1981 che negli ultimi anni si è ritagliato uno spazio sempre più riconoscibile grazie a un percorso personale in cui memoria, tempo, luoghi e presenza umana diventano gli elementi centrali del suo lavoro.
Contrariamente a quanto potrebbe suggerire una parte della sua produzione, Imperiale chiarisce che il ritratto non è il centro della sua ricerca. «Mi interessa la presenza umana più dell’identità di una persona», spiega. Per questo i volti nei suoi dipinti sono spesso appena intuibili o del tutto nascosti: non vuole raccontare una persona specifica, ma lasciare spazio all’immaginazione e all’esperienza di chi osserva. «Più un volto è definito, più appartiene a qualcuno. Meno è definito, più diventa uno spazio in cui chiunque può riconoscersi.»
Una scelta che segna anche la distanza dalla fotografia. «Non mi interessa competere con la fotografia sul terreno della somiglianza. La pittura può trattenere il tempo, trasformare e lasciare uno spazio in cui possa nascere l’immaginazione.»
Autodidatta, Imperiale ha costruito il proprio linguaggio attraverso la sperimentazione. Utilizza materiali come caffè, bitume e inchiostro su cartoline d’epoca, quaderni e altri supporti già vissuti, elementi che portano con sé una memoria precedente all’intervento dell’artista.
«Il caffè porta con sé una memoria vissuta, mentre il bitume custodisce un tempo molto più profondo di quello umano.» È questa stratificazione di storie a caratterizzare il suo lavoro. «Mi piace pensare che quasi nulla, nei miei lavori, nasca davvero da zero. Mi sento più vicino all’idea di proseguire una memoria che a quella di inventarne una nuova.»
Tra i progetti più importanti del suo percorso c’è Marginalia, presentato alla Fondazione Luciana Matalon di Milano e dedicato ai temi dell’identità e dell’autodeterminazione femminile. Il progetto ha ottenuto anche una significativa visibilità televisiva con un servizio andato in onda su Rai 2.
Nato nel periodo successivo alla pandemia, Marginalia ha portato l’artista a vivere per alcuni giorni nelle case di venti donne. «Quello che mi ha lasciato questo progetto è stata soprattutto la consapevolezza che la fiducia può ancora essere un punto di partenza.» Le opere, precisa, «non raccontano chi erano quelle donne, ma il punto in cui le loro storie e il mio sguardo si sono incontrati». Negli ultimi anni Imperiale ha esposto in mostre personali e collettive, sperimentando anche spazi non convenzionali. Ne è un esempio “At Catia Parenza’s House”, progetto nato all’interno di una casa privata per riflettere sul rapporto tra opera e ambiente domestico.
«In una casa un’opera entra nella vita quotidiana e comincia davvero a vivere», osserva l’artista, convinto che sia proprio l’abitazione del collezionista il luogo in cui il lavoro acquisisce una nuova autonomia.
L’iniziativa svoltasi il 25 giugno 2026 è stata organizzata da Catia Parenza, esperta d’arte e organizzatrice di eventi culturali, e si è conclusa con un momento conviviale accompagnato da un catering e da una selezione di vini delle cantine Iorio e Famiglia Cotarella. All’evento erano presenti anche la vicepresidente dell’Associazione Donne al Centro, Ilenia Guerrieri, l’Ambassador dell’Associazione Donne al Centro, Silvia Cantatore, la storica dell’arte e curatrice Domitilla Ioannucci, Giuseppe Iorio, sommelier e rappresentante delle Cantine Iorio, Alexander Veloz, sommelier e rappresentante di importanti aziende vinicole, il filosofo e sommelier Luciano Bernazza con la moglie Graziella Moschetta e il Presidente dell’Associazione dei Veneti a Roma
Dal 17 al 19 luglio lo studio dell’artista si trasferirà al Rifugio Vallonina, a Leonessa (RI), ai piedi del Terminillo. Più che una mostra, sarà lo spostamento del suo spazio di lavoro in montagna.
L’idea nasce da un’abitudine coltivata durante le escursioni: portare con sé una piccola opera e fotografarla in vetta. «Mi sono accorto che il significato di un’opera può cambiare semplicemente cambiando il luogo in cui viene osservata.» Da questa riflessione nasce il progetto di trasferire, per tre giorni, lo studio in un contesto del tutto insolito.
I visitatori potranno osservare opere concluse, lavori in corso, materiali e tavoli da lavoro. «Non sarà né una mostra né un open studio», precisa. «Sarà semplicemente il mio studio.» L’intenzione non è trasformare il lavoro in una performance, ma condividere il tempo della creazione.
Il confronto con il pubblico arriva solo dopo. «Prima ancora che con il pubblico, il mio dialogo è con l’opera.» E aggiunge: «Tendenzialmente mi fido più delle critiche negative che di quelle positive», perché spesso offrono nuovi punti di vista.
Ripensando al proprio percorso, Imperiale individua il vero punto di svolta nella scelta di utilizzare supporti già carichi di memoria, come le cartoline d’epoca. «Da quel momento il lavoro ha smesso di essere soltanto un’immagine ed è diventato un incontro tra ciò che esisteva già e il mio intervento.»
Oggi, oltre al progetto del Rifugio Vallonina, l’artista sta lavorando a Il Caffè, un’iniziativa avviata oltre un anno fa che prevede la realizzazione di cento opere, ciascuna nata da una conversazione con una donna davanti a un caffè. Ancora una volta il punto di partenza è la relazione umana, prima ancora dell’immagine.
Una direzione che riassume il senso del suo percorso: «Più passa il tempo, meno mi interessa realizzare immagini isolate e più mi interessa creare lavori che continuino a generare relazioni con i luoghi, con le persone e con il tempo.»





